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Antichi racconti

Cultura > Tradizioni e Legende

Questa pagina è stata realizzata grazie alla preziosa consulenza e collaborazione di Basilio Asoni.


Chi vuole contribuire alla costruzione di questa pagina relativamente alle tradizioni di Loceri può inviare testi e fotografie a info@giardinoweb.it


 

Antichi Racconti.

Nel 1880 un non credente sparò alla croce di San Bachisio, ma il giorno stesso cadde da cavallo e restò paralizzato. Dopo tre giorni morì all'età di soli 48 anni.

 

La Grassazione

Correva voce che Michele Mulas nascondesse in casa "unu mou de marengas", uno starello di merenghi d'oro. La fama arrivò oltre il Gennargentu alimentando la cupidigia dei banditi. Per la festa di San Basilio si incontrarono Barbaricini ed Ogliastrini e misero in atto un piano per impadronirsi dell’oro. Nel mese di Agosto i Banditi si misero in viaggio, varcarono il passo di Correboi e si diressero verso l'Ogliastra facendo tappa negli ovili compiacenti, lungo il cammino la banda completava i suoi ranghi ed arrivò prima della fine di Agosto nel luogo delle operazioni. Si trattennero forse ad Arzana per la festa di San Vincenzo. Qualche ora prima della mezzanotte del 1° settembre, posti due a guardia per ogni imprevisto in punto strategico, collocati al punto giusto gli addetti al blocco delle vie d'accesso ala casa di Michele Mulas, gli altri componenti del gruppo dei banditi iniziarono a sfondare porte e finestre con scuri e martelli. Il fragore svegliò tutto il paese, schioppettate partirono dalla casa assediata, rispondevano i banditi, dalle case vicine arrivarono pallottole in aiuto del Mulas. I banditi riuscirono a sfondare porte e finestre ed entrarono nella casa, cercarono invano il padrone senza riuscire a trovarlo, fracassarono i mobili, scavarono nei pavimenti e scrostarono i muri nella ricerca del tesoro. Amaramente delusi diedero il segnale di ritirata e scapparono, coperti dal rombo degli schioppi che provenivano da tutto il paese. Cessati gli spari la gente accorse alla casa di Michele Mulas, trovando morto il locerese Antonio Secci (forse il basista della banda, ucciso dai banditi) il bandito fonnese Salvatore Lai che morì il giorno dopo. Michele Mulas fu trovato più tardi ferito a morte sul tetto della casa, forse ucciso da quelli che sparavano verso la casa per dargli man forte.

 

Rito scaramantico contro la siccità.

Festa di San Bachisio 10-11 maggio San Bachisio, è considerato il Santo della Pioggia, infatti tutti gli anni per la sua festa piove.

Negli anni di siccità per chiedere la grazia al Santo colui che trasportava la statua, durante il passaggio nel fiume, abbassava la stessa fino a farle bagnare i piedi.

 

Rito per far guarire una persona da uno spavento:
Se una persona prende uno spavento una credenza popolare afferma che per farla guarire occorre farla sdraiare sulla tomba di una persona " mortu e' istragu" e cioè "morta ammazzata" . Altro rito scaramantico per scacciare la paura: Si prende dal cimitero l'osso di un morto e poi lo si brucia e lo si grattuggia. L'osso grattuggiato viene messo nel caffè. E' molto importante che l'interessato non sappia che il caffè contiene "la medicina" Sambra che questo rimedio sia molto efficace per guarire da paura, shoc e incubi. Altro rito contro la paura: si porta l'interessato in cimitero e si fa sdraiare su una tomba. Si recitano alcune preghiere speciali, conosciute solamente da alcune donne del paese, che le tramandavano da madre a figlia.




Verbasco

Rito per conoscere il futuro sposo


La sera prima della festa di San Giovanni, e cioè il 23 giugno, le ragazze in età da marito, si recano nei campi, di nascosto, e scelgono una pianta di verbasco (su cacciumbulu), puliscono le foglie della parte più vicina al terreno. Il mattino successivo tornano, sempre segretamente, sul luogo ove hanno scelto il fiore e verificano se sulla pianta si trova un insetto. Se l'insetto c'è, dal tipo di insetto si può risalire anche al mestiere che del futuro marito, se invece sulla pianta non c'è nessun insetto significa che per quell'anno la ragazza non si sposerà, potrà ripetere il rito l'anno successivo

come leggere il risultato del "test" sul futuro sposo, se l'insetto trovato sul verbasco è:

tipo di insettoaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaafuturo marito
Coccinella (s'amorau)
aaaaaaaaaaaaaaaaaImpiegato
Formica
aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaContadino
Ape
aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaPastore
Vespa
aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaCavaliere
Lucciola
aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaAvvocato
Scarabeo
aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaAutista di carro
Ragno
aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaCommerciante

 

Loceri il fico come moneta

Per gli abitanti di Loceri il fico essiccato è stato fino agli anni 50 una fonte di reddito e di sostentamento importantissima, al pari dell’olio di oliva, della vite e degli armenti. Questa prerogativa è valsa ai loceresi l’appellativo di “LOCERESU FIGULADA” (quelli dei fichi schiacciati appunto) con il quale venivano indicati dagli abitanti dei paesi vicini in una sorta di goliardico e sano campanile. Questo binomio ancora oggi permane “affibiato” ai Loceresi seppure nell’attuale realtà paesana non vi è più alcuna attività economica di rilievo legata alla coltivazione del fico, ne alla produzione essiccata, come lo è stato in passato. Venivano coltivate principalmente 4 varietà: due bianche una biancovinata ed una nera, soprattutto quest’ultima (detta Figu Niedda) era la più diffusa. Coloro che per motivi diversi non potevano raccogliere personalmente i fichi dovevano impiegare i ragazzi o le braccianti. Quando questi coglievano sopra gli alberi, con l’imperativo “KISTIONAI !” si imponeva loro di parlare di qualsiasi cosa o di cantare, per avere la certezza che nel frattempo non si alimentasse. I fichi venivano appiattiti e messi sui“Cannissusu” al sole di giorno e al coperto la notte, ogni due giorni venivano appiattiti e rivoltati. Ovunque nelle campagne sono presenti le testimonianze di quella che fu per questo comune una florida attività: filari di vecchi fichi un tempo consociati ai vigneti , terrapieni di forma tondeggiante, realizzati con la risulta dello spietramento, su cui venivano adagiati “a pilardai” i graticci dei fichi al sole.

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